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Intervista: Marco Malvaldi, a Budapest con il giallo dell’Artusi

L’autore di un best seller che ha venduto più del primo libro dato alle stampe, la Bibbia, si ritrova sulla scena del delitto. Lui è Pellegrino Artusi, il libro è “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” una sorta di vademecum di ricette, aneddoti e consigli che preserva i preziosi segreti della saporita cucina toscana. Il delitto, invece, ci porta dentro un altro libro, “Odore di chiuso” del pisano Marco Malvaldi, giovane chimico autore di una fortunata serie di gialli ambientati in un bar in Toscana, edita da Sellerio, la casa editrice dei tascabili blu tanto apprezzati  dai lettori pendolari. Incontriamo Malvaldi a Budapest , dove è stato invitato a rappresentare l’Italia al Festival del Libro, insieme alla esordiente Gaia Rayneri. Diretto e dalla risata facile, Malvaldi si racconta con disponibilità, nonostante la fama, meritata, dei suoi libri.

Presentaci “Odore di chiuso”, il tuo ultimo libro. Di cosa parla?

“Odore di chiuso” è un giallo ambientato in Maremma, a San Carlo. La trama prende le mosse da un delitto, tra i cui indiziati figura un personaggio storico piuttosto noto in Italia. Si tratta di Pellegrino Artusi, commerciante di sete e gourmet conosciuto per aver scritto il primo libro di cucina in lingua italiana. Con questa famosa opera, Artusi ha contribuito ad unificare l’Italia in modo effettivo, creando un sentimento nazionale che va aldilà della mera figura retorica e politica. 

Come è nato il suo rapporto con l’Artusi?

Quando sono andato a vivere da solo, ho ricevuto in regalo, come molti giovani, il libro di cucina dell’Artusi (tanto famoso da essere noto semplicemente come “l’Artusi”). Ho iniziato a leggerlo non tanto per le ricette, in parte troppo pesanti e poco adatte ai nostri tempi, godendo piuttosto della sua lingua italiana perfetta e spiritosa, ricca di aneddoti, apocrifi e spunti. Il libro dell’Artusi non è un vero e proprio libro di cucina, in quanto non è imperativo. Con le sue ricette non si mette mai davanti al lettore come un manuale indicando: “Fate, imbianchite, tagliate…”. Al contrario, affianca il lettore e gli insegna a fare qualcosa, suggerendo dei trucchi, mettendolo in guardia dagli errori più comuni. Ogni piatto, poi si lega ad aneddoti divertenti e interessanti, diventando un traslato su carta di un personaggio che trovo fantastico. 

Hai pubblicato questo libro in occasione della doppia ricorrenza dei 150 anni dall’Unità d’Italia e dei 100 dalla morte dell’Artusi. Quale riscontro ha ottenuto fuori dalla Toscana?

Onestamente il centenario dalla morte dell’Artusi è stato un’attenzione della casa editrice, io avevo pensato solo all’uscita strategica per il 150esimo compleanno dell’Italia unita. Un libro d’intrattenimento, di cui c’è sempre un gran bisogno, che contiene anche argomenti seri, come l’unità d’Italia, il rapporto difficile tra nobiltà e borghesia, tra privilegiati e non. Questi elementi possono anche essere tralasciati per privilegiare una lettura di puro intrattenimento. La doppia ricorrenza è stata una coincidenza fortunata e il libro è andato bene in tutta Italia e non solo.

Sono in corso traduzioni in altre lingue?

Sì, in inglese e tedesco. Probabilmente ci sarà anche un’edizione spagnola.

Torniamo indietro di qualche anno. Come è iniziata la tua avventura letteraria?

Ho iniziato a scrivere per noia durante i tempi morti della mia tesi di laurea in chimica. Uno sfogo, un antidoto alla noia, niente di più. Anche Niccolò Ammanniti ha scritto “Branchie” durante la sua tesi di laurea, del resto. In seguito mi sono accorto del largo gradimento riscosso dai miei resoconti sulle attività di dottorato, scritti come rappresentante degli studenti, che venivano letti anche dagli esterni ai lavori per il semplice motivo che…facevano divertire. A quel punto avendo un romanzo nel cassetto, ho deciso di provare ad inviarlo a vari editori. Solo Sellerio ha risposto, ma lo ha fatto con un sì. In ultima analisi, ho avuto anche un bel po’ di fortuna (ride).

Quali progetti hai per il futuro?

Sto scrivendo il quarto ed ultimo giallo della serie dei vecchietti, ambientato vent’anni fa. Per ovviare al cosiddetto effetto Jessica Fletcher questo quarto capitolo sarà anche l’ultimo della saga: non si può prendere un paesino da 5000 anime e uccidere una persona l’anno, sarebbe un’offesa alla statistica!

Pensi di uscire dal giallo?

Vorrei scrivere un romanzo serio, tra virgolette. Non so se sarò in grado di uscire dall’intrattenimento puro, vedremo, ho molta voglia di tentare.

Che impressioni ti ha dato Budapest?

La trovo magnificente. si vede che è una città centrale, piena di gente, di vita e ricca di cultura. Da italiano mi ha poi colpito per la sua pulizia, per il suo aspetto curato e ben mantenuto. Credo che qui si possa vivere molto bene; oltre a Budapest solo Amsterdam e San Francisco mi hanno lasciato questa sensazione.

Una buona ambientazione per un libro, no?

Decisamente e ce ne sono molti ambientati in questa città. Senz’altro una buona ambientazione, anche grazie ai suoi tanti posti diversi. Basti pensare all’Isola Margherita e alle possibilità che potrebbe dare per un libro! 

Vedi anche: intervista a Gaia Rayneri 

Claudia Leporatti

Redazione Economia.hu

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