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Bilancio del governo di Orbán Viktor prima delle elezioni del 2014 (1)

20 Marzo 2014 – Un’interessante analisi dei quattro anni del secondo governo Orbán per Economia.hu da Aron Coceancig, ricercatore italo-ungherese

esperto in diverse tematiche legate all’Ungheria e giornalista di East Journal. Ve la proponiamo suddivisa in puntate, a partire da oggi, a comporre uno speciale che vi accompagnerà verso le elezioni del 6 aprile 2014.

In Ungheria si voterà il 6 aprile 2014 per eleggere il prossimo primo ministro. Negli ultimi quattro anni sul piccolo paese centro-europeo, al centro di cronache politiche ed economiche, si sono riversati giudizi spesso contrastanti. Tanti lo hanno inneggiato come esempio della riconquistata sovranità nazionale contro le “malvagie” organizzazioni finanziarie internazionali, mentre altri ne hanno sottolineato la svolta autoritaria ed in alcuni casi dittatoriale. Pochi mesi dopo l’elezione di Viktor Orbán nel maggio 2010, HVG, un periodico della sinistra liberale ungherese, equiparava l’Ungheria ai paesi sudamericani, e Orbán a Chávez (leader dell’esperimento socialista bolivariano). Altri ancora hanno evidenziato la fragilità della democrazia magiara, giudicandola sempre più simile ad un regime simil-putiniano con sfaccettature, neanche troppo velate, neo-fasciste ed antisemite. Fra i principali sostenitori di queste tesi vi è il corrispondente di Repubblica, Tarquini, e l’eurodeputato verde Daniel Cohn-Bendit. Proprio a Bruxelles Orbán è stato duramente criticato, evidenziando un rapporto non proprio idilliaco fra Budapest e le istituzioni comunitarie, che anzi fin dalle prime battute hanno aspramente “condannato” la svolta politica magiara, arrivando ad aprire numerosi procedimenti e a minacciare la sospensione del diritto di voto dell’Ungheria in seno al Consiglio europeo.

LA ROTTURA DEL FIDESZ

Certo, il governo del Fidesz (partito di Orbán), fin dalla sua proclamazione, si è posto su un piano di netta alterità con il precedente governo socialista, dimostrando da subito una radicale diversità di approccio a tematiche economiche, politiche e culturali. Questa nuova politica si è riflessa direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini ungheresi che hanno visto cambiare molte cose. Per un osservatore italiano tali dinamiche possono rappresentare un vero e proprio shock. Il Belpaese è forse l’esempio lampante di un sistema politico incapace al cambiamento, indifferentemente dal governo, insomma se in Italia fino ad oggi “tutto cambia per non far cambiare niente” non è proprio così in terra magiara. In Ungheria le due coalizioni si pongono su piani totalmente antitetici, dal punto di vista storico, culturale ed economico. I due principali partiti, Fidesz e MSZP (Partito Socialista), non solo non sarebbero mai disposti a progetti di larghe intese, ma anzi la reciproca delegittimazione è ad un livello molto elevato, per certi versi preoccupante.

Il governo Orbán si è quindi fin da subito mostrato per la sua forte capacità decisionale e di rottura, facilitata dagli ampi numeri parlamentari (può contare su 2/3 dei parlamentari, ma è bene ricordare che alle elezioni conquistò il 52% dei voti, sul 64% dei votanti).

Mi soffermo su due esempi. La legge sui Tabacchi, che ha portato dall'”allegra” de-regolamentazione (di stampo liberista) di un paese dove le sigarette venivano vendute praticamente in ogni luogo, a una disciplina ferrea con non pochi problemi, anche a livello di concessione delle licenze, e sguardi “sconcertati” di persone che per comprare il tabacco dovevano ora dirigersi in luoghi precisi e quasi “isolati”. Il secondo esempio riguarda la diminuzione del numero di Ministeri e parlamentari. Orbán già in campagna elettorale promise un taglio alla burocrazia statale, taglio che venne prontamente effettuato nei primi giorni di governo. I Ministeri sono passati da 14 a 8, mentre i parlamentari con la nuova legge elettorale sono stati quasi dimezzati: da 386 a 199.

continua qui.

Di Aron Coceancig, Direttore di Ungheria News

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