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Elezioni Ungheria 2014: un bilancio del governo Orbán (parte 3)

La politica economica di Viktor Orbán e una valutazione sulle scelte “nazional-patriottiche” attuate dallo stesso (nuova Costituzione, legge sull’informazione e sui media, prepensionamento dei giudici, etc) completano il bilancio degli ultimi 4 anni di governo, quando ormai sta per concludersi il conto alla rovescia per le elezioni di domenica 6 aprile. (a cura di Aron Coceancig)

L’analisi è seguita dalle conclusioni dell’articolo che, firmato dal ricercatore e giornalista italo-ungherese Aron Coceancig, è uscito nei giorni scorsi su Economia.hu (Clicca qui per la prima parte dello speciale. – Clicca qui per la seconda parte dello speciale.)

L’ECONOMIA MAGIARA SOTTO ORBÁN

Il governo del Fidesz si è caratterizzato per essere riuscito a stabilizzare la situazione economica: dal 2013 la disoccupazione è scesa sotto il 10% dopo che aveva toccato quote del 13%; il PIL ha mostrato segni positivi negli ultimi 4 quadrimestri, nel 2013 è stato +1,1%, mentre le previsioni della Commissione Europea indicano per il 2014 un +2,1%. A far ripartire l’economia hanno contribuito anche le misure in favore dei consumatori come il taglio delle bollette di circa il 20%, il taglio dei costi dei trasporti e l’aumento del salario minimo del 18%. Anche la Flat Tax (aliquota fissa sui redditi personali al 16%) ha avuto importanti conseguenze, sebbene sia stata al centro di numerose critiche visto che l’abbassamento della tassazione ha riguardato in particolare i redditi più elevati.

Lo stesso report della Commissione Europea sebbene individuasse numerose positività nell’economia ungherese evidenziava anche due punti di debolezza: la volatilità del fiorino e il debito pubblico. Il fiorino dall’inizio del governo Orbán è andato incontro ad una costante, seppur lieve, svalutazione che lo ha portato a perdere poco più del 10% del suo valore. Il debito pubblico ungherese invece rimane un problema serio. E’ infatti uno dei debiti più alti al mondo, e non accenna diminuire, anche se la crescita del Pil insieme alla nazionalizzazione dei fondi pensione, alla tassazione di banche e multinazionali, ed agli accordi di cooperazione con Cina e Russia l’hanno mantenuto su livelli accettabili.

LA SVOLTA NAZIONAL-PATRIOTTICA

Parallelamente alla “sistemazione economica” il governo Fidesz si è reso protagonista di azioni ed interventi identificabili all’interno di un’azione nazional-patriottica volta alla riscrittura della memoria storica del paese ed alla modifica della Costituzione del paese con la conseguente ridisegnatura di alcuni delicati equilibri democratici. Interventi di un certo peso hanno riguardato il potere giudiziario (il prepensionamento dei giudici e la limitazione del ruolo della Corte costituzionale) e le leggi sulla libertà d’informazione. Il paese nel 2009 era 25° al mondo per libertà d’informazione, oggi è 56°, pur sempre però un gradino sopra l’Italia.

La rivisitazione della storia ungherese ad opera del Fidesz non è cosa nuova, già durante il primo governo numerosi furono gli interventi volti a ufficializzare la “propria visione del passato”, dall’apertura della “Casa del Terrore” (Museo al centro di numerose polemiche fra gli storici) alla diffusione di film “patriottici”. Il “vizio” di Orbán è rimasto immutato anche dopo il 2010, quando è iniziato un lungo processo di ridefinizione di strade e piazze, fino all’inaugurazione di nuovi discussi monumenti e la rimozione di altri. Il racconto politico di Orbán d’altro canto è fortemente incentrato su tematiche storiche-nazionaliste da cui nasce la propria auto-legittimazione nazionale. Così nella nuova Costituzione è stato condannato il periodo fra il 1944 e il 1989, senza però alcuna valutazione sul regime hortista (autore delle prime leggi antisemite in Europa, e rivalutato storicamente da Orbán.

L’impostazione conservatrice del Fidesz è ben presente nel preambolo della nuova Costituzione che a fronte di uno dei paesi più laici ed atei d’Europa inserisce una chiara discriminante fra chi crede in Dio e chi no, dimostrando l’arroganza e la volontà prevaricatrice di un partito d’impronta fortemente religiosa e conservatrice. Questo ha avuto profonde ripercussioni sui diritti civili, dalle coppie di fatto ai diritti LGTB.

Uno dei punti più critici di questi quattro anni di governo è senza dubbio l’approvazione della nuova Costituzione o Legge fondamentale, elaborata e votata da un unico partito, il Fidesz (a cui si è aggiunto il KDNP, partito integro al Fidesz). Una Costituzione che seppur necessaria, quella precedente risaliva al periodo comunista, ha dimostrato l’incapacità, o la non volontà, di Orbán di proporsi come elemento super partes, dimostrando anzi l’accellerazione dello slogan “ho i numeri, faccio io”, attività possibile ma difficilmente condivisibile in un processo costituzionale che nasce autoreferenziale.

CONCLUSIONI

Questa analisi vuole evidenziare come all’interno del binomio diritti economici-sociali e diritti civili-democratici l’Ungheria orbaniana abbia decisamente puntato sui primi. L’allargamento di una serie di diritti sociali come anche la ripresa economica hanno “rimesso in piedi” il paese e riproposto il patto sociale fra cittadini e Stato che era pericolosamente andato in frantumi nel 2006. Questi obbiettivi sono stati raggiunti però con l’accettazione di alcune norme fortemente criticate da ambienti europei e liberali riguardanti l’equilibrio fra i poteri dello Stato e alcuni diritti civili. Non è da dimenticare però che all’interno dei diritti civili il governo del Fidesz si è fatto promotore dell’estensione della cittadinanza ungherese, e anche del diritto di voto, a milioni di magiari residenti oltreconfine, contribuendo a guarire una frattura storica di grande entità per la comunità ungherese.

L’obiettivo di Orbán è la creazione di un ambiente favorevole alla nascita di quelle forze capitaliste nazionali che in Ungheria sono mancate fino ad oggi, a causa dell’impossibilità a sopportare la concorrenza dei colossi occidentali. La tassazione delle imprese di comunicazione, dell’energia e delle banche rispondeva, oltre che a esigenze di bilancio, anche alla necessità di “colpire” le aziende straniere, e favorire così quelle autoctone. L’Ungheria del 2014 si avvicina così al voto, una sorta di referendum sull’operato di Orbán. Analisti e sondaggisti non mettono in discussione il risultato, rafforzato dagli ultimi provvedimenti come il taglio delle bollette o del costo dei trasporti, anche se vi è un precedente storico non incoraggiante. Nel 2002 il Fidesz era convinto di stravincere le elezioni dopo i quattro anni di governo, allora però la spuntarono i socialisti con una campagna elettorale particolarmente azzeccata e ricca di promesse. Oggi però questa ipotesi sembra alquanto improbabile, soprattutto perchè manca totalmente un’opposizione capace di proporsi come alternativa.

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Aron Coceancig, ricercatore e direttore di Ungheria News

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