La tua azienda usa già l’intelligenza artificiale. Ma chi ne risponde?

Le imprese di Budapest hanno smesso di sperimentare con l’intelligenza artificiale: la stanno mettendo nei processi. Ma due terzi dei luoghi di lavoro non hanno ancora regole scritte su come usarla. Il 17 settembre ITL Group ospita un seminario di tre ore per imprenditori, manager e amministratori delegati — in inglese — su come trasformare l’AI Act europeo in un vantaggio competitivo.

Una software house di Budapest ha deciso di pagare a ogni dipendente un abbonamento premium a un modello di intelligenza artificiale: duecento dollari al mese a testa, e l’adozione più intensa si è vista non tra gli ingegneri, ma tra chi ingegnere non è. Una società di consulenza tecnologica ha ricostruito il proprio flusso di lavoro interno attorno all’IA e dichiara di aver moltiplicato per più di tre la velocità di sviluppo. Un’agenzia di employer branding ha formato metà del proprio organico. Un gruppo logistico ha automatizzato il magazzino con sistemi robotizzati che decidono, ogni giorno, come si muovono merci e persone.

Nessuna di queste aziende sta “valutando l’intelligenza artificiale”. La sta già usando, dentro processi che producono fatturato e che riguardano dipendenti, clienti e fornitori.

È qui che si apre il problema — e, per chi lo legge nel modo giusto, l’opportunità.

Il divario tra uso e governo

Una ricerca ungherese pubblicata quest’anno, l’AI Index 2026, ha rilevato che due terzi dei luoghi di lavoro non hanno aspettative strutturate sull’uso dell’intelligenza artificiale. Nessuna regola scritta, nessun elenco degli strumenti in uso, nessuna persona formalmente responsabile.

Chi dirige un’impresa in Ungheria riconoscerà la dinamica. L’IA non è entrata in azienda attraverso una delibera del consiglio di amministrazione: è entrata perché un collaboratore ha aperto un account, perché un fornitore ha aggiornato il software includendo una funzione automatica, perché il reparto risorse umane ha adottato uno strumento che ordina i curricula. Nella maggior parte dei casi non esiste un documento che dica chi ha autorizzato che cosa.

E nel frattempo il quadro normativo si è chiuso.

Che cosa è già in vigore

L’AI Act europeo non è un annuncio per il futuro. Dal 2 agosto 2026 le autorità nazionali hanno iniziato a vigilare, sono operative le regole di trasparenza — quelle che impongono, per esempio, di dichiarare quando un cliente sta parlando con un sistema automatico e non con una persona — ed è pienamente applicabile il regime sanzionatorio, con massimali che arrivano a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato mondiale nei casi più gravi.

Ma l’obbligo che riguarda più direttamente la generalità delle imprese è in vigore da molto prima: dal febbraio 2025 ogni azienda che utilizza sistemi di intelligenza artificiale deve garantire un livello adeguato di alfabetizzazione all’IA al personale che li impiega. Vale per tutti i livelli di rischio, senza eccezioni, e riguarda anche i collaboratori esterni. È l’obbligo più ampio dell’intero regolamento, ed è anche quello di cui si parla meno.

C’è poi la parte più pesante — la conformità dei sistemi ad alto rischio — che il cosiddetto Digital Omnibus, il Regolamento (UE) 2026/1744 entrato in vigore il 27 luglio 2026, ha spostato al 2 dicembre 2027 per i sistemi autonomi e al 2 agosto 2028 per l’IA incorporata in prodotti già regolamentati.

Il risultato è una situazione che conviene leggere con attenzione: le regole che toccano tutti sono già applicabili, mentre quelle più onerose arrivano tra poco più di un anno. Non è una pausa. È una finestra.

Dove le imprese sono già esposte

Tre aree ricorrono con regolarità, e sono le stesse per un’azienda manifatturiera come per uno studio professionale.

Le risorse umane. I sistemi che selezionano o classificano candidati rientrano tra quelli ad alto rischio. Diverse imprese ungheresi utilizzano già assistenti automatici nella selezione; alcune hanno predisposto la revisione umana e l’informativa ai candidati, molte altre no.

Le decisioni su clienti e credito. I sistemi che valutano il merito creditizio delle persone fisiche o che differenziano condizioni commerciali su base algoritmica ricadono nella stessa categoria. Sul mercato ungherese esistono già soluzioni che automatizzano istruttorie complesse su oltre mille parametri con tassi di elaborazione automatica superiori al 90%.

L’uso quotidiano di strumenti pubblici. È l’esposizione più diffusa e la meno documentata: dati aziendali o di clienti inseriti in strumenti gratuiti, senza contratto, senza policy, senza traccia.

C’è infine un tema che riguarda in modo particolare le società di servizi, di consulenza e di software — molto rappresentate nella comunità imprenditoriale italiana in Ungheria. Chi personalizza un modello, chi vi appone il proprio marchio o chi ne modifica la finalità d’uso può passare dalla posizione di semplice utilizzatore a quella di fornitore, con un carico di obblighi sensibilmente maggiore. È una transizione che spesso avviene senza che nessuno, in azienda, se ne accorga.

Perché conviene muoversi adesso

La conformità sta diventando un requisito commerciale prima ancora che un obbligo giuridico. Grandi imprese, banche e committenti pubblici hanno iniziato a inserire domande sull’IA nei questionari di qualifica fornitori. Chi sa rispondere partecipa a gare da cui gli altri vengono esclusi.

E c’è un secondo effetto, meno ovvio. L’inventario dei sistemi e la mappatura dei processi che il regolamento richiede sono esattamente il lavoro che serve per capire dove l’intelligenza artificiale può produrre un guadagno reale. Il vantaggio non nasce dai singoli dipendenti che usano un chatbot: nasce quando l’IA entra in un processo — preventivi, onboarding, chiusura mensile, risposta alle gare, assistenza clienti. Il lavoro di conformità e il lavoro di trasformazione, in altre parole, sono lo stesso lavoro.

Alcune grandi organizzazioni ungheresi lo hanno già capito: un gruppo ICT quotato ha inserito nel proprio piano formativo 2026 un corso interno dedicato ai sistemi di IA e all’AI Act, un istituto bancario ha creato una figura dedicata a guidare l’adozione responsabile in tutta la banca. Le imprese di dimensioni medie e piccole possono ottenere lo stesso risultato con investimenti molto inferiori — ma devono decidere di farlo.

Il seminario

Permission to Innovate — The EU AI Act for entrepreneurs, managers and CEOs si terrà giovedì 17 settembre 2026, dalle 10:00 alle 13:00, presso la sede di ITL Group a Budapest, in Dózsa György út 84 B.

Il seminario si svolge in lingua inglese ed è rivolto a titolari d’azienda, amministratori delegati, membri del consiglio e dirigenti: le persone che allocano il budget, firmano i contratti e rispondono delle decisioni. Non è una sessione tecnica e non è una consulenza legale su casi specifici.

Il formato è volutamente diverso da quello di un convegno. Non sono tre ore di slide: ogni argomento è seguito da un’interazione dal vivo che i partecipanti eseguono dal proprio telefono, con i risultati proiettati in tempo reale. Si lavora sulla situazione reale delle aziende presenti, non su esempi teorici.

La mattinata è divisa in tre parti — che cosa l’AI Act consente davvero di fare, come la regolamentazione diventa vantaggio competitivo, e una sessione operativa in cui ciascun partecipante prende cinque decisioni concrete — seguite da una tavola rotonda a porte chiuse per il confronto tra pari.

Ogni partecipante esce con la classificazione di rischio della propria azienda, l’inventario dei sistemi di IA già in uso, il nome del responsabile interno, un piano a 90 giorni e una lista di domande da porre ai propri fornitori.

Relatore: Luigino Bottega, Chief AI Officer di ITL Group.
Introduzione a cura di Alessandro Farina, Managing Director di ITL Group.

PRO Ticket: 70.000 HUF, IVA inclusa. Iscrizioni: [LINK COOLTIX]
Informazioni: info@itlgroup.hu · +36 1 269 5679 · www.itlgroup.hu

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